venerdì, 30 gennaio 2009
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“Fidati di chi ama leggere, fidati di chi porta sempre con sé un libro di poesie. Guarda con sospetto chi ti dice che non ha tempo, che la letteratura è una bella cosa, che quando si è giovani si può leggere ma poi... Mente, non gliene importa nulla. Mente sapendo di mentire” Roberto Cotroneo.
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martedì, 27 gennaio 2009

Se esiste una ragione prioritaria nel ricordare Auschwitz, nello storicizzare il tentativo di genocidio, è quella di denormalizzare il presente.

Credo – e tanti con me –che ciò che si possa fare della Soah sia ricordarla per spiegarla, capirla. E’ ormai assodato che la soluzione finale della questione ebraica venne organizzata secondo una divisione burocratica dei compiti che permetteva a ciascuno di non sentirsi veramente responsabile. Eichmann era un passacarte,  Stangl si limitava a dirigere la vita dei lager, e così via. Ciascuno poteva scaricare la colpa su altri. Così, tranquillamente diversi milioni di ebrei sono stati uccisi senza che nessuno se ne sentisse realmente responsabile.

Ne derivano alcuni insegnamenti e domande inquietanti. La società di massa frammenta e separa gli individui tanto da rendere plausibile l’ignoranza di una responsabilità quando si è un anello intermedio di una catena decisionale. Del resto chi guidava il treno per Auschwitz faceva solo il suo mestiere, sennò lo avrebbe fatto un altro…

Dove sono e che forma hanno le Auschwitz odierne?

E’ necessaria un’etica della responsabilità su tutto e tutti.

I processi decisionali, la politica, devono tornare agli intellettuali che lavorano alle categorie dell’universale e non agli specialisti che frammentano il sapere e le sue responsabilità.

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martedì, 27 gennaio 2009
Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.

Pier Paolo Pasolini
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venerdì, 16 gennaio 2009

GuastallaIl 31 gennaio e il 1 febbraio a Guastalla ci sono le primarie del PD per eleggere il candidato Sindaco. Sono tra i quattro concorrenti. E’ tempo di scelte. Prima di tutto per chi come me si sente interpellato dalla realtà in cui vive.  

E se c’è un tempo per meditare e uno per agire, ora è tempo di operare con ancora più forza, entusiasmo e consapevolezza.

Ho scelto di presentarmi alla candidatura a primo cittadino perché credo che le prove di oggi si possano superare insieme  solo se raffiniamo la nostra unione capacitandoci che possiamo avere fatto strade differenti ma abbiamo le stesse speranze; che possiamo apparire lontani, ma vogliamo tutti andare nella stessa direzione: verso una casa comune, nostra, che è poi un domani migliore.

Ho deciso di presentarmi perché non sono solo. Non mi riferisco solo ai tanti amici che mi sostengono ed esortano; ma a tutti coloro su cui cade il mio sguardo e che me lo restituiscono assieme al carico di responsabilità che comporta. Che è poi la mia etica pubblica e politica: rispondere alla società e preoccuparmi delle conseguenze. Chi ha seguito il mio operato di assessore alla scuola lo sa. Chi mi conosce lo può dire.

Ho scelto di candidarmi perché rifiuto la logica della delega, mi interesso,  I care. So quanto è importante il Capitale sociale - l’apporto di tutti al bene comune- e come nessuna crisi economica lo possa intaccare. So che un leader è un buon direttore d’orchestra e non un uomo banda, che è un cittadino autentico e non un padrone. So che il programma politico- lo spartito - di un’Amministrazione comunale lo fanno i partiti, ma che è il tono che fa la musica; chi dirige detta il suo ritmo.

Ho deciso di presentarmi perché credo che nella dimensione locale risieda la più importante e alta risposta ai problemi globali. Un sistema educativo che dialoga col territorio ridà dignità alla Scuola; una comunità coesa è immune a tutte le tensioni sociali.

Ho scelto di candidarmi perché credo che il bene comune abbia bisogno di regole condivise e rispettate, e questa è la forma più alta di cittadinanza. Perché credo che l’identità non stia nelle radici ma nelle relazioni, nelle piazze e sulle panchine più che nelle case o negli appartamenti. In definitiva questa è la forza della mia amata città: il senso di appartenenza, la laboriosità e l’impegno; è questo, prima ancora che la collocazione geografica, che ne ha fatto il fulcro della bassa.   

Ho deciso di presentarmi perché la complessità la  velocità con cui il mondo pone problemi sempre nuovi esige risposte rinnovate, nei metodi come nei contenuti. Il progresso dell’umanità non nasce dal domino del più forte ma dall’organizzazione della comunità, dal rispetto dei ruoli e dalla valorizzazione di tutti.   

Ecco, ho fatto questa scelta perché penso di interpretare al meglio il punto di sintesi di tutte queste istanze.

La convinzione nasce dalla piena fiducia nella stima e umanità dei guastallesi, dalla consapevolezza che non c’è futuro senza memoria e che siamo dei nani sulle spalle di giganti, che intendo interpretare una tradizione viva attraverso tutto me stesso, dalla mia esperienza di assessore, marito, insegnante e intellettuale.  

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mercoledì, 01 ottobre 2008
Rendo pubblica una serie di riflessioni che ho scritte ad un amico che avrebbe dovuto farne un uso pratico, lui non me ne vorrà di certo. Conto che siano utili anche ad altri. Nel testo sono disseminate citazioni di Benedetti e di Biondillo, non me ne vorranno certo anche loro, sicuramente: si tratta di uno scritto di servizio.

Caro Matteo

decido di scriverti a mo’ di lettera amicale alcune riflessioni su ciò che sta accadendo alla Scuola che al di là della mozione mi piace condividere.

Da tempo, almeno dagli anni sessanta – Pasolini parlava di mutazione antropologica-, il ruolo della scuola si sta lentamente sclerotizzando perdendo rilevanza sociale: una buona cartina al torna sole è la reputazione sociale dei ruoli educativi – ma anche di cura -: maestri, professori, presidi, docenti universitarî, ricercatori.

La nostra tradizione cattolico-socialista interpreta il ruolo della Scuola come luogo delle opportunità portando così a quell’uguaglianza sostanziale di cui parla la nostra Costituzione.

La nostra bella istituzione è stata riformata nel ’23 da Gentile, prima assieme all’esercito doveva “fare gli italiani”- Cuore docet-,  e da allora non è sensibilmente mutata, basta confrontare un’aula di quell’epoca con un ufficio qualsiasi o anche una stalla: la prima è rimasta uguale (al massimo il predellino sotto la cattedra è stato tolto…) le altre due sono mutate. Ci sarà pure una ragione. La scuola è da tempo guardiano dell’esistente e uno strumento della conservazione del potere, poca importa la lotteria delle eccezioni determinate magari da insegnanti capaneici.

Arrivo alla Gelmini ché queste  cose le sai meglio di me. Una riforma scolastica è l’esito legislativo di una idea politica di fondo che interpreti la Scuola, cosa faccia e a cosa serva. Oggi nessuna idea di fondo dichiarata, nessuna centralità consacrata. Il ministro ha deciso di tenere la forma vuota scuola e di scavarla dal di dentro. Mi spiego: nella struttura organizzativa vigente de-costruisce il rimasuglio e lo sacrifica all’altare del moloch dell’economia. Nessuna riflessione profonda solo tagli ragionieristici, così. La scuola è un centro di costo, vedi il mio blog, zac, tagliare, signori, tagliare. Se a ciò ci aggiungi Brunetta il cerchio si chiude. Che ne sia consapevole o meno in realtà la scuola del nostro ministro è in definitiva classista e clonatoria.

Classista perché ancora più di prima segnerà la separazione tra sapere incisivo e sapere inefficace, cioè il primo lo fanno altre strutture non ostante  la scuola; la famiglia, la possibilità economica et similia (almeno la Gelmini avrebbe potuto leggerselo, Don Milani).

Clonatoria perché è una riproduzione senza fecondazione, cioè senza l'incontro con l'altro, e senza l'azzardo e il rischio di un nuovo inizio. Senza l'invenzione che è insita in ogni nascita. Non solo perché questa presunta riforma l’ha fatta sugli operatori della scuola e non con questi –un minimo di partecipazione mi sembra necessario-, ma soprattutto perché riduce l’educazione a mero dato comportamentista mettendo l’accento sull’insegnamento e non sugli apprendimenti, a questo punto il maestro unico è in definitiva l’ultimo esito di un tracciato neanche tanto oscuro. Così come il 5 in condotta che oltre ad essere quasi al  90% demagogia e propaganda per il resto è imbecillità allo stato puro: colpisco il bullo e non il bullismo. (Ma ora che ci penso non avevano fatto così agitando il fantasma della sicurezza pre-elezioni? Colpisco il povero perché mi fa paura la povertà, in definitiva non è un problema di pelle ma di fobie, Wil Smith è rassicurante quanto Afef.)    

Ma questo è il destino di Crono che divora i suoi figli, per dire che il viaggio al termine della notte è finito, che l’esperienza è chiusa, che la conoscenza è terminata. E’ un modo per decretare che nessuno d'ora in avanti può più nascere, che niente più ricomincia. Che l’esperienza si riduce a rapporto di forza.

Hannah Arendt diceva: "Gli uomini non nascono per morire ma per incominciare. Per incominciare di nuovo. Il succedersi delle generazioni è una serie di nuovi inizi".

Da più parti stanno sorgendo voci importanti che sottolineano che la tensione sociale, quella appuntata agli inizi del decennio sugli albanesi, poi trasferita sui rumeni, poi sui rom ora si stia direzionando verso i “giovani” non  più categoria del marketing,- i ggiovani nacquero così ricordi?- ma che proprio in virtù del loro non essere solo target costituiscono una minaccia. Non so quanto ci sia di vero, ad ora l’attacco alla scuola nei termini sopradescritti da parte della nostra società dimostra che  si sta esercitando una violenza incredibile sulle generazioni future, seconda – ma qui le classifiche contano poco- a quella che altera l'equilibrio ambientale. E questa forma di violenza sul futuro non si era mai data prima, in nessun'altra epoca storica. Che il governo ne sia consapevole è del tutto secondario, semmai anche per questo è ancora più esecrabile.
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lunedì, 22 settembre 2008
Ormai è risaputo: non amo la TV. Nulla di che, per il momento nessun programma televisivo ha saputo trasmettermi la stessa felicità fisica, la stesso saporito senso provvisorio d'esistere di un buon libro o di una serata tra amci o a chiacchierare di niente con le persone che amo, tutto qui. Magari ci sono, di programmi così, ma io non li conosco. Magari.
(il cinema non è televisione, è cinema appunto)
So però cosa trasmette la nostra TV, so che Porta a Porta parlerà di scuola.
E' mezzanotte ho ascoltato fin troppo, ma poi no; non si tratta neppure di ascoltare le parole dette, si tratta di pecepire gli sguardi, gli atteggiamenti dei convitati al simposio. Provo a togliere l'audio, rido amaramente. Appare Feltri che dice cose. Abbiamo raggiunto il massimo, no, non può essere, questo è il limite al peggio che si crede non esserci mai. Spengo e triste scrivo. Mi domando quale sia stato l'ultimo libro letto dalla Gelmini o da Feltri, o da Vespa, mi chiedo se abbiano amato un testo di cui pagherebbero, per dire, la traduzione in cinese.
CHE TRISTEZZA.
Ciò che mi rende più melanconico è la loro totale incoscienza. A loro modo stanno guidando un vagone verso Auschwitz e non lo sanno. Poveretti.
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venerdì, 19 settembre 2008
michel_foucault

In questi giorni il festivalfilosofia del modenese – oggi ho sentiti Virno e Eagleton - mi spinge a riflessioni più adeguate ai miei stati d’animo restituendomi la parvenza di un cerchio che si chiude; cercando una via alla sintesi che rendiconti una visione d’insieme del fare umano. Nei prossimi giorni proverò a fare chiarezza con la scrittura. A mo’ di epigrafe cito Michel Foucault che molto meglio di me- ci mancherebbe- ha rendicontato come la polverizzazione del sapere sia un discorso del Potere per l’autoconservazione motivando così il ruolo marginale dell’intellettuale.

 

“Gli intellettuali hanno preso l’abitudine di lavorare non nell’universale, il ‘giusto e il vero per tutti’, ma in settori determinati (ingegneri, magistrati, professori) […] lo scrittore tende a scomparire come figura di punta, il professore e l’università appaiono forse non come elementi principali, ma come punti di scambio e d’incontro privilegiati”.

Necessariamente ogni posizione conoscitiva comporta principalmente un'etica e secondariamente un'estetica. Parafrasando la Szymborska preferisco il ridicolo di  scrivere alla vergogna di non esercitare la mia responsabilità di parola, sia pure su un blog.

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giovedì, 18 settembre 2008

“Per educare un bambino serve un intero villaggio”. Così recita un vecchio detto africano a me caro per tante ragioni. La prima è perché stabilisce la centralità del bambino e delle sue relazioni, la seconda è perché sottrae la responsabilità del fare scuola ai soli professionisti. Ogni apertura d’anno scolastico ha con sé riti collettivi, polemiche mediatiche, ma anche sbandieramenti di slogan di ministri, naturalmente per affermare la propria identità. Ecco, la scuola nel tempo è stato uno dei luoghi principi su cui far riflettere i contorni, il profilo, dell’ideologia di chi governa, insomma un bella lavagna su cui riuscire a scrivere chi si è, da dove si viene e dove si vuole andare. Tutta roba che si cancella col classica girella-cancellino di velcro arrotolato al prossimo cambio di governo. Altra cosa è poi praticarle, le cose dette, ma tant’è. Spesso basta lanciare proclami perché gli animi (semplici) si compattino e vengano a confermarsi nella loro fede politica. Ieri e l’atro ieri erano le tre I o il recupero esasperato, oggi sono i 5 in condotta e la lamentatito sull’eccessiva spesa sul personale – fannullone-. Leggo infatti sul sito che il ministro Gelmini lapidariamente dice: “quando spesa per il personale assorbe il 96,98% del bilancio significa che la scuola italiana rischia di non avere più gli strumenti per modernizzarsi. Dovere morale verso nuove generazioni rivedere completamente il sistema scolastico italiano”. Lì per lì verrebbe da rallegrarsi, potrebbe anche significare che le altre voci (spese per il funzionamento per investimenti), subiranno un incremento. Più soldi per l’edilizia scolastica, evviva! Magari ogni alunno potrà avere un suo pc e forse anche agli insegnanti verrà concesso ‘sta sciccheria,yuppy!

 In realtà i toni e le affermazioni fatte in precedenza dal ministro fanno pensare a tutt’altro: troppe assunzioni, troppi insegnanti, la scuola è stata usata come ammortizzatore sociale. Se a ciò si aggiunge la campagna di Brunetta, per alcuni versi comprensibile ma decisamente fuori tono, il gioco è fatto: basta davvero poco per affettare la scuola pubblica, si parlerà di rami secchi, di potature necessarie. Che sia doveroso “verso nuove generazioni rivedere completamente il sistema scolastico italiano” è da un po’ che lo si dice visto che è del 1923 l’ultima vera riforma a firma Gentile, e anche questo è significativo. Ciò che non si dice è come: sarebbe brutto trovarsi a tavola con un menù già stabilito. Ancora peggio sorprendersi ad un confronto con degli “a priori” già fissati, taciuti e dati come inevitabili. Non capisco dove stia lo scandalo nel fatto che il personale assorbe quasi il 97% della spesa dell’istruzione, forse che la scuola non la fanno i docenti e la loro azione didattica? Sono davvero queste le spese da tagliare? Altra cosa è verificare come queste somme vengano impiegate, ma questo è parlare d’altro, a partire dall’idea di insegnante che chi governa ha in mente: impiegato, missionario o professionista?

Per concludere un piccolo fatto vero ed una proposta al ministro. Il Comune di Guastalla ha aperto una nuova sezione di nido d’infanzia per il nuovo anno scolastico, quattordici famiglie hanno avuto risposta, a Guastalla non abbiamo file d’attesa per i nati nel 2006 e nel 2007, altra storia per i lattanti, classe 2008, per cui stiamo lavorando. Parimenti potrei sgranare altri interventi per la scuola dell’obbligo, dai disabili all’alfabetizzazione per stranieri, a nuovi interventi di edilizia scolastica, ma è il tono che fa la musica e tanto basta: gli enti locali sono in prima linea e spesso suppliscono le funzioni che l’Istituzione centrale lascia cadere: quindi perché non cominciare dai comuni e dalle loro buone prassi a ripensare l’istituzione scolastica? Forse che per educare un bambino non serve un intero villaggio?

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mercoledì, 21 maggio 2008

Ho avuta la fortuna di conoscere Pontiggia: una presentazione di Nati due volte a Novellara. In quell’occasione a proposito del volontariato ebbe a dire, così quasi senza accorgersene, un aforisma: “è più facile parlare male del bene o bene del male che il contrario”. E’ chiaro gli happy end infastidiscono tutti almeno dopo i dieci anni; ma ritengo la possibilità  di definire il buono, il bello e il giusto sacrosanta senza falsi pudori totalizzanti. Ciò che diceva Pontiggia continua a stuonarmi come un consiglio di poetica implicita: contempla il buono, condanna il male! A ben vedere sono davvero rari i casi in cui ciò avviene. Il regista di Il vento fa il suo giro – bel film, guardatelo,  ora sta girando nelle sale- nella cornice reggiana di Accadde domani a queste mie obiezioni, quasi una protesta per un finale negativo, mi diede indirettamente ragione agitando lo spettro del buonismo come rischio da evitare. In questi giorni leggendo un passaggio di Baratto su Il primo amore hanno preso luce le ragioni di questo cortocircuito; di seguito ne riporto il passo più illuminante.

“L'accusa di "buonismo" è una delle peggiori torsioni semantiche degli ultimi anni.
Oggi la passione dominante è la crudeltà, di conseguenza il suo contrario, la bontà, è espulsa dal canone dei valori. Poiché tuttavia la pruderie, l'ipocrisia e il persistere di un sedimento calcificato di cattolicesimo impediscono per il momento di chiamare le cose con il loro vero (vecchio) nome, resta un tabù ammettere esplicitamente il capovolgimento semantico con cui, nel sentire comune, la bontà è diventata un disvalore e la spietatezza, viceversa, un valore. Perciò bisogna mascherare la trasmutazione attribuendo alle passioni nomi fittizi che suonino sufficientemente odiosi: non osando condannare apertamente la bontà, bisogna ribattezzarla "buonismo". Non osando approvare pubblicamente la malvagità, è necessario scomporla in una molteplicità di tessere, in modo tale da dissimularne l'identità complessiva: emergenza sicurezza, legittime paure, sacrosanti bisogni, comprensibile diffidenza, giusta indignazione, pragmatica intraprendenza…”

 

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lunedì, 12 maggio 2008

In un felice articolo del 1972 Pierre Nora, uno storico contemporaneo, illustrava la natura dell’avvenimento – riportava il titolo di L’événement mostre- e acutamente dimostrava come l’avvenimento fosse sempre rivoluzionario e recasse su di sé l’ansia del nuovo, per questa ragione nella società contemporanea al fine di disinnescare l’angoscia che l’accadimento del nuovo comporta esso sia stato inflazionato:  “per esorcizzare il nuovo, ci sono due mezzi: si può scongiurarlo con un sistema d’informazione senza informazioni, o integrarlo al sistema d’informazione[…] –e concludeva- il trattamento a cui sottoponiamo l’avvenimento è forse un modo come un altro di ridurre anche il tempo a un oggetto di consumo.”

A riprova di quanto riportato – sempre sia necessaria  – aggiungo un dato minore ma significativo; il proliferare dell’evento. In luogo di appuntamento culturale, sportivo si utilizza la forma contratta e un po’cadetta dell’avvenimento: l’evento. Esistono i creatori d’eventi, i grandi eventi, la notte bianca è un evento… Nulla di più lontano dalla consapevolezza della dimensione storica, nulla di più vicino all’ansia del mutamento, in fin dei conti è l’addomesticamento anche di ciò che dovrebbe produrre un mutamento seppure minimo.

Per questa ragione preferisco introdurre oggi due nuovi tags, parole e appuntamenti, per continuare a ragionare liberamente di ideologie veicolate da parole e segnalare appuntamenti proficui soprattutto vicini a chi scrive.

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martedì, 29 aprile 2008
In limine ad una serata a commentare le elezioni. Nell'epoca di passaggio che stiamo vivendo credo che a chiunque si senta responsabile  della sua fettina di mondo - e rifugga pertanto la logica della delega- si imponga un esercizio ulteriore di responsabilità: non dare risposte vecchie a problemi nuovi. Non essere manieristi, applicqre cioè ricette collaudate a dilemmi inediti. In questa condizione soprattutto il metodo è merito.
Altri troveranno parole più adeguate e chiare. Da parte mia non ho saputo fare di meglio che rovistare nella mia cassetta degli attrezzi e citare uno dei miei maestri, Ezio Raimondi, che parlando di metodo di indagine letteraria scorcia- a mio parere- anche un'etica politica.

"Ho la sensazione che alle filosofie della storia, che portano a una dilaettica totalizzante, si debba contrapporre un'altra possibilità storiografica, quella della filogia. Questa dà invece luogo a una storiografia del dialogo, che coglie l'individuo nella sua concretezza e unicità irriducibile e insieme mette in opera un'ipotesi di sistema, inteso come costruzione di un insieme di relazioni che non precede mai i fatti, ma si dà nei fatti o dopo i fatti, i quali forniscono in pari tempo i criteri più adeguati per l'interpretazione."
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lunedì, 28 aprile 2008

Annoto in modo non sistematico pensieri che galleggiano ormai da tempo a pelo d’acqua del mio cranio circa la Sicurezza: termine ombrello troppo largo se non per chi vuole sorvegliare e punire. Fa specie infatti che sia la destra a cavalcare l’onda di una generica percezione di precarietà dell’esistenza per trovare soluzioni in cui si creano nemici, si puniscano e si limiti così le libertà di tutti, si controllino gli spostamenti, le cure, i desideri, la sessualità etc. Oppure no, non stupisce affatto, in origine fu proprio così.

Un sociologo di moda, Zygmunt Barman,  ebbe a dire : "L'insicurezza attanaglia tutti noi, immersi come siamo in un impalpabile e imprevedibile mondo fatto di liberalizzazione, flessibilità, competitività e endemica incertezza, ma ciascuno di noi consuma la propria ansia da solo". Il famoso mondo liquido.
  In questo contesto destabilizzante caratterizzato da un incalzante bisogno di sicurezza il nemico è sempre nascosto dietro l’angolo. Spesso l’unica identità condivisa sembra derivare dalla costruzione di un fronte comune contro un nemico mobile che suscita alleanze trasversali, nascondendosi dietro volti sempre nuovi che durano una breve stagione mediatica (oggi i rom, ieri i magrebbini, domani, chessò, gli ebrei –no questo era l’altro ieri). A quanto pare il nemico è il funzionale alla sicurezza, al controllo.

Il prezzo che si è più o meno consapevolmente disposti a pagare per questa identità è comunque alto: sono i  diritti individuali e collettivi a venir ridimensionati, è la privacy, la certezza del diritto, la libertà di espressione e di aggregazione sono ritagliati in orizzonti sempre più stretti. Ecco il sorvegliare! E si sa, da lì al punire…

A pensarci bene ciò che sconcerta maggiormente è il tentativo di certa sinistra di cavalcare il cavallo zoppo della in/sicurezza. Bene sarebbe incominciare a decostruire questo termine e a parlare semmai -per quanto sbeccato-  di sicurezza sociale (questo già all’indomani delle elezioni lo suggeriva il mio Sindaco) perché diversamente ha ragione chi dice che chi non ha più una consapevolezza di sé- anche di chi ti tutela-, la vecchia e sconquassata coscienza di classe, se vuole protestare lo farà contro chi sta ancora peggio e su base territoriale come unico elemento identitario. Quindi chi si stupisce più della Lega? 

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giovedì, 24 aprile 2008

Oggi è il giorno anniversario della Liberazione. Al solito una ridda di flebili polemiche, dispute d’occasione e distinguo circostanziati hanno anticipato sui i giornali questa data: cosa è stato il fascismo, il ruolo della resistenza, le facili strumentalizzazioni, la memoria come storia…

Le consuete questioni di identità su cui ricorsivamente si cade, specie nelle transizioni. Pazienza.

Per un momento mi piace invertire il cannocchiale della storia e vedere come - più o meno- chi ha fatto la resistenza immaginava l’Italia che si stava ricostruendo e se chi è venuto dopo ha saputo esserne all’altezza delle attese. Lo faccio prendendo un passo dal grandissimo romanzo Il partigiano Jonny di Fenoglio. E’ il dialogo tra i partigiani e i repubblichini mentre quest’ultimi lasciano Alba – vado a memoria- momentaneamente vinti dalla resistenza. Mi fermo qui: commentare successivamente sarebbe superfluo. Buon 25 aprile!

 

“Allora il colonnello con un cenno  li invitò più dapresso e insieme segnalò ai traghettatori ad aspettare a disrivarsi. 

Ma fu un altro ufficiale poi a parlare, un ufficiale quarantenne, di faccia dura e di labbra tremolanti, forse il capo di stato maggiore del reggimento.

Fissò con gli occhi penetranti i fazzoletti azzurri e domando', o meglio stated, se erano badogliani. - Questo non fa differenza, signore, - disse Pierre. [...]

Bene ora voi possedete la città. Anzi,voglio andar oltre.
Posso immaginare che possediate tutta l'Italia,questa città come l'Italia intera. 

Bene: che farete, ragazzi dell'Italia?
- Una cosa piccola ma del tutto seria, - rispose Johnny,e Pierre dietro assentiva con la sua inimitabile earnestness.
L'altro incalzò: - Ma ci sarà ancora un'Italia con voi?
- Certamente.

Un'altra Italia, un'Italia a modo nostro, ma sempre Italia.
Per favore, non se ne preoccupi.”

 

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mercoledì, 23 aprile 2008
tocqueville_vign«Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti
gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In
effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai
pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più
rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento
in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista
dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non
riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno
alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario
strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene
volentieri... Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del
potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia
sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi
materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca
l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo
mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo
benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad
asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei
propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere.
Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini
rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o
disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a
capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento
sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel
vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo».
 
Tratto da De la démocratie en Amerique di Alexis De Tocqueville, 1840.

Per chi vuole andare avanti una sola postilla. Per bocca dell'indimenticato Budrillard. Trattando della società dei consumi egli definiva il mito del cargo come un nuovo diritto, cioè i diritti non sono più quelli politici ma quelli alle cose, alla bistecca piuttosto che all’automobile e come il cargo per gli africani piove dal cielo o dal fiume su una chiatta, così, come una magia. Estremizzando: forse la possibilità maggiore che abbiamo di incidere sul presente è quella di smettere di consumare?  

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mercoledì, 23 aprile 2008

ImprovvisamentelivernoscorsoIl 9 aprile al Cristallo di Reggio Emilia ho avuto la fortuna di vedere un formidabile documentario: Improvvisamente l’inverno scorso, menzione speciale a Berlino. Un film che meglio di molti altri racconta assai bene la realtà italiana, la sua complessità e contraddizioni; lo fa con creatività, sdegno ed ironia. E’ un film sui Dico e tanto basti. Mi limito a pensarlo oggi come ancora più necessario e importante, ora che per molto tempo non sentiremo più parlare di Dico, voltarmi indietro e vederlo alla luce delle elezioni del 13-14 mi fa scivolare in una tristezza irrimediabile; ragione in più per invitare a vederlo. Il low budget, cinquemila euro, la dice lunga anche sulla distribuzione e quindi sulla possibilità di intercettare la pellicola nei normali circuiti, linko il sito http://www.suddenlylastwinter.com/improvvisamente/index.html perché qui potrete trovare le prossime date e maggiori info tra cui  una folta rassegna stampa. Un’ultima cosa. Il titolo allude chiaramente all’atto unico di Tennessee Williams e quindi al film di Mankiewicz, Improvvisamente l’estate scorsa; per chi non lo ricordasse è il dramma di Caterina, la cugina  traumatizzata dalla morte cruenta misteriosa del cugino tanto che la zia, madre dell’ucciso,  pretende sia lobotomizzata per cancellare un verità scomoda.

Che il documentario sia un rigurgito di memoria di un cervello collettivo lobotomizzato? O che sia arrivato anche per noi il neurochirurgo?


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martedì, 22 aprile 2008

Apro questo blog a distanza di una settimana esatta dall’esito elettorale. Dopo mesi a riflettere ho deciso di iniziare a scrivere – con tutta la fatica che quest’azione pretende – per sottrarmi un po’ meno a responsabilità comuni. Come quelle di pensare, agire e amare: la rete come un micro-luogo di resistenza, una dose infinitesimale di controveleno alla banalità diffusa, perché si sa chi di spada ferisce… 

Torno ora da una riunione di partito in cui si sono analizzate con intelligenza, precisione e pragmatismo le ragioni della vittoria del PDL+lega, diversi sono stati gli spunti interessanti e davvero ci sarebbe moltissimo da approfondire. Addirittura un amico ha fatto l’elogio dell’assenza dell’ideologia, della mancanza insomma di ottiche deformate - un difetto da estrema sinistra- che farebbero leggere il risultato elettorale come l’incapacità dei votanti di vedere e praticare il bene; il problema del PD è in definitiva quello di saper incarnare una risposta rassicurante e credibile.

Tutto vero, ci mancherebbe.

Però qualcosa mi suona a vuoto. Braudel nel suo fare storia parla di tempo lungo, breve e brevissimo. Credo che la politica, per definizione non sia solo incidere- superficialmente- e decidere sul tempo brevissimo: il lampo di una campagna elettorale o il flash del dibattito su una finanziaria; ma sia anche e soprattutto cercare di imprimere la propria visione del mondo, la propria traccia, sul tempo lungo.

In un sms del 14 aprile un mio amico poeta scriveva che l’emergenza non è di oggi, “solo che la si è tratta come normalità. Ci risveglieremo ancora in Italia”. Pasolini già negli anni Sessanta parlava di mutazione antropologica: possibile che sia inarrestabile e irreversibile tanto da inseguirla nel marketing della politica?

Credo di no. Ecco, così penso a questo blog, come uno strumento in rete con altri per poter incidere su tutti i tempi colla sola forza delle parole. Ingenuità probabile e diffusa, ma, parafrasando la Szymborska,preferisco il ridicolo di scrivere (lei parlava di poesie) al ridicolo di non scriverle".

by Stefan0Costanzi | commenti (7) | commenti (7)(popup)
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