Rendo pubblica una serie di riflessioni che ho scritte ad un amico che avrebbe dovuto farne un uso pratico, lui non me ne vorrà di certo. Conto che siano utili anche ad altri. Nel testo sono disseminate citazioni di Benedetti e di Biondillo, non me ne vorranno certo anche loro, sicuramente: si tratta di uno scritto di servizio.
Caro Matteo
decido di scriverti a mo’ di lettera amicale alcune riflessioni su ciò che sta accadendo alla Scuola che al di là della mozione mi piace condividere.
Da tempo, almeno dagli anni sessanta – Pasolini parlava di mutazione antropologica-, il ruolo della scuola si sta lentamente sclerotizzando perdendo rilevanza sociale: una buona cartina al torna sole è la reputazione sociale dei ruoli educativi – ma anche di cura -: maestri, professori, presidi, docenti universitarî, ricercatori.
La nostra tradizione cattolico-socialista interpreta il ruolo della Scuola come luogo delle opportunità portando così a quell’uguaglianza sostanziale di cui parla la nostra Costituzione.
La nostra bella istituzione è stata riformata nel ’23 da Gentile, prima assieme all’esercito doveva “fare gli italiani”- Cuore docet-, e da allora non è sensibilmente mutata, basta confrontare un’aula di quell’epoca con un ufficio qualsiasi o anche una stalla: la prima è rimasta uguale (al massimo il predellino sotto la cattedra è stato tolto…) le altre due sono mutate. Ci sarà pure una ragione. La scuola è da tempo guardiano dell’esistente e uno strumento della conservazione del potere, poca importa la lotteria delle eccezioni determinate magari da insegnanti capaneici.
Arrivo alla Gelmini ché queste cose le sai meglio di me. Una riforma scolastica è l’esito legislativo di una idea politica di fondo che interpreti la Scuola, cosa faccia e a cosa serva. Oggi nessuna idea di fondo dichiarata, nessuna centralità consacrata. Il ministro ha deciso di tenere la forma vuota scuola e di scavarla dal di dentro. Mi spiego: nella struttura organizzativa vigente de-costruisce il rimasuglio e lo sacrifica all’altare del moloch dell’economia. Nessuna riflessione profonda solo tagli ragionieristici, così. La scuola è un centro di costo, vedi il mio blog, zac, tagliare, signori, tagliare. Se a ciò ci aggiungi Brunetta il cerchio si chiude. Che ne sia consapevole o meno in realtà la scuola del nostro ministro è in definitiva classista e clonatoria.
Classista perché ancora più di prima segnerà la separazione tra sapere incisivo e sapere inefficace, cioè il primo lo fanno altre strutture non ostante la scuola; la famiglia, la possibilità economica et similia (almeno la Gelmini avrebbe potuto leggerselo, Don Milani).
Clonatoria perché è una riproduzione senza fecondazione, cioè senza l'incontro con l'altro, e senza l'azzardo e il rischio di un nuovo inizio. Senza l'invenzione che è insita in ogni nascita. Non solo perché questa presunta riforma l’ha fatta sugli operatori della scuola e non con questi –un minimo di partecipazione mi sembra necessario-, ma soprattutto perché riduce l’educazione a mero dato comportamentista mettendo l’accento sull’insegnamento e non sugli apprendimenti, a questo punto il maestro unico è in definitiva l’ultimo esito di un tracciato neanche tanto oscuro. Così come il 5 in condotta che oltre ad essere quasi al 90% demagogia e propaganda per il resto è imbecillità allo stato puro: colpisco il bullo e non il bullismo. (Ma ora che ci penso non avevano fatto così agitando il fantasma della sicurezza pre-elezioni? Colpisco il povero perché mi fa paura la povertà, in definitiva non è un problema di pelle ma di fobie, Wil Smith è rassicurante quanto Afef.)
Ma questo è il destino di Crono che divora i suoi figli, per dire che il viaggio al termine della notte è finito, che l’esperienza è chiusa, che la conoscenza è terminata. E’ un modo per decretare che nessuno d'ora in avanti può più nascere, che niente più ricomincia. Che l’esperienza si riduce a rapporto di forza.
Hannah Arendt diceva: "Gli uomini non nascono per morire ma per incominciare. Per incominciare di nuovo. Il succedersi delle generazioni è una serie di nuovi inizi".
Da più parti stanno sorgendo voci importanti che sottolineano che la tensione sociale, quella appuntata agli inizi del decennio sugli albanesi, poi trasferita sui rumeni, poi sui rom ora si stia direzionando verso i “giovani” non più categoria del marketing,- i ggiovani nacquero così ricordi?- ma che proprio in virtù del loro non essere solo target costituiscono una minaccia. Non so quanto ci sia di vero, ad ora l’attacco alla scuola nei termini sopradescritti da parte della nostra società dimostra che si sta esercitando una violenza incredibile sulle generazioni future, seconda – ma qui le classifiche contano poco- a quella che altera l'equilibrio ambientale. E questa forma di violenza sul futuro non si era mai data prima, in nessun'altra epoca storica. Che il governo ne sia consapevole è del tutto secondario, semmai anche per questo è ancora più esecrabile.